Un music festival ai confini del mondo
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13/05/2012 | movidaKm
- 1739
Kunming, Cina
giorno 1
8:30
“Sei arrivato?” Scendo dal taxi e mi avvio verso il Laba. “Appena adesso. Ma non vedo nessuno, è ancora troppo presto”. “Gli stronzi se la prendono comoda. Vai lì e aspetta. Se partite con una mezzoretta di ritardo non fa niente. Cerca di non fare casini con i nomi mi raccomando. Se ci sono grane, chiamami subito.”
Davanti all'ingresso del locale ci siamo solo io e una cinesina con una macchina fotografica appesa al collo e un grosso zaino sulle spalle. Le chiedo se sta aspettando il pullman per Il festival a Puzhehei e lei mi risponde di sì. Poi tiro fuori la lista. Io sono quello della lista.
9: 45
[img src=/data/rubriche/87ddsyq7teq3mgklcfya1336914685.jpg alt=Immagine align=sx> Il foglietto di carta è tutto stropicciato e anche un pò strappato. Avrei dovuto farne una copia, penso maledicendo la mia sbadataggine. Me lo rigiro tra le mani, mentre il pullman imbocca l'autostrada e si allontana rapidamente da Kunming. Scorro la lista per l'ennesima volta per appurare di aver calcolato bene, di non aver tralasciato nessuno. Soprattutto, riconto i soldi che ho in tasca, una mazzetta arrotolata di 50 e 100 yuan. I conti tornano. Mi abbandono sul sedile e chiudo gli occhi, stremato. Non sono nemmeno le 10 e ho già le pile scariche. Mi consolo pensando di aver fatto il grosso del lavoro senza troppi intoppi. Ora devo avvisare il tarantino. “Ottimo. Ci sono tutti?” mi chiede sbadigliando. Mi guardo intorno. Molti dei 40 ragazzi seduti sul pulman hanno delle facce conosciute. Basta andare a Kundu il sabato sera per incontrarli. “Ne mancano due, i loro amici hanno detto che non vengono. Com'è il tempo lì?”, “Non c'è il sole, sembra quasi che voglia piovere. Ah, se ti chiedono a che ora arrivate, digli che ci vogliono almeno 6 ore. A proposito, ci sono anche i tre cagnacci?” I “tre cagnacci” sono tre canadesi dall'aspetto bestiale che vivono a Kunming da un'eternità più o meno. Come Lucio e Eddy, anche loro hanno fondato una punk band, dall'emblematico nome: Gouride (in cinese, “figli di un cane”). Come riferisce Lucio nel suo libro, si sono scelti i seguenti, a dir poco stravaganti nomi d'arte: Stronzone, Merdaccia e Appiciafuoco. Per me e per il tarantino sono semplicemente i “tre cagnacci”. “Sì, ci sono. Ma sembrano tranquilli per adesso.” Sento il tarantino scoppiare in una fragorosa risata. “Aspetta che gli passi il sonno.”
11:25
[img src=/data/rubriche/app5abi8vq8w0zkovw7r1336911987.jpg alt=Immagine align=sx> Il Cagnaccio n°1, decisamente il più aggressivo e animalesco dei tre, ha tirato fuori una chitarra e ha attaccato con un pò di buon country, seguito a ruota da altri tre o quattro manigoldi. Ha i capelli biondicci rasati ai lati, i dreds che scendono lungo il collo e la bocca contorta in un ghigno sadico che lascia scoperti i denti gialli di nicotina. “Quindi tu e il tuo socio di cosa vi occupate di preciso?” mi chiede Adam, un americano di San Francisco in giro per l'Asia orientale. . “Non è il mio socio, gli dò soltanto una mano” ci tengo a precisare. “Essenzialmente si occupa di organizzazione e promozione di eventi, roba del genere.” Il californiano mi chiede se siamo tra gli organizzatori del festival al quale stiamo andando, e io gli rispondo di no, che abbiamo solo venduto i biglietti e organizzato i pulman. Ha viaggiato tra Tailandia, Vietnam, Cambogia e Laos per più di un mese. La scorsa settimana è finalmente approdato nel “Regno di Mezzo”, e ci resterà più tempo possibile. Quanto? Chi lo sa. Ci sono troppe cose da vedere ed ha già cambiato l'itinerario un sacco di volte. Probabilmente risalirà fino al Xinjiang, arriverà in Mongolia e infine Beijing. “Non ho visto ancora molto, ma la Cina mi sembra un posto pazzesco. Voglio dire, basta camminare per la strada di una qualsiasi città per capire che qui sta succedendo qualcosa di straordinario. È senza dubbio il posto più eccitante dove vivere in questo momento, e dovete considerarvi fortunati ad esserci.” Non potrei essere più d'accordo. Poi parliamo dell'America, quella immaginata e quella reale, dei suoi miti e della sua decadenza. E della California, dei suoi vini e delle sue spiaggie. Alla fatidica domanda: “Las Vegas o Atlantic City?”, lui non ha un nemmeno un attimo di esitazione. “Vegas forever, man!” Sì, un pò gli manca lo Zio Sam, ma per adesso di tornare a casa non se parla. “Il mio piano è non avere un piano.” Sembra che di questi tempi sia la scelta più saggia.
...
22:10
[img src=/data/rubriche/lpinsjwduyo4sya24la11336912104.jpg alt=Immagine align=sx> Come molti profani del reggae, ho sempre considerato questo genere musicale ripetitivo e anche un pò ammorbante. Qualcuno direbbe che non ho mai cercato di comprenderne il senso più profondo, che non ne ho mai analizzato con attenzione l'origine e la raison d'être, che non ho il senso del ritmo, che nutro dei pregiudizi nemmeno troppo latenti nei confronti di quei fricchettoni che parlano di libertà e lotta al sistema solo per riempire il vuoto della loro vita senza scopo. Tutte cose vere per carità. Ma che ci posso fare? Del resto, quando una cosa non ti prende c'è ben poco da fare. L'ultima volta che, a mia insaputa, sono stato trascinato ad una serata reggae, è stata una vera fatica arrivare indenne all'ultima canzone. E dire che ho provato a starci dentro almeno un pò: mi sono tolto la giacca, mi sono arrotolato le maniche della camicia, mi sono allentato la cintura e abbassato i pantaloni un pò più sotto della vita. Poi ho cominciato ad ondeggiare lentamente al ritmo compassato e monotono della musica. Niente. Dopo un pò ho dovuto smettere per paura di addormentarmi in mezzo alla pista. Un curioso caso di narcolessia musicale, si direbbe. Stasera per un attimo ho temuto sarebbe successo lo stesso. Appena Laohan e i suoi compari sono saliti sul palco con i loro vestiti verdi e gli inconfondibili richiami alla “cultura” della cannabis, ho pensato: “Ci siamo, adesso mi tocca sorbirmi questi quattro rastafari, perdipiù cinesi. E questo schifo di birra di certo non mi salverà dall'inevitabile sopore.” E invece i ragazzi non se la cavano affatto male. Sarà che c'è davvero una bella atmosfera, con gli stranieri e i cinesi a ballare fianco a fianco e passarsi le can... ehm, le bottiglie di birra. Laohan porta con orgoglio i segni della sua appartenenza ad una delle tante minoranze etniche stanziate in queste zone della Cina: carnagione scurissima, fisico slanciato, occhi bene aperti sul mondo. Ogni volta che si esibisce si passa una crema bianca sulle gote, come una sorta di segno di riconoscimento. “Mei you wenti” canta dal palco alzando il pugno, “nessun problema”, e noi solleviamo i calici perchè non potremmo essere più d'accordo con lui.
...
00:30
[img src=/data/rubriche/yxf3h4ixpmosdz35y0c61336912390.jpg alt=Immagine align=sx> L'after party sulla barca non è stato proprio un fiasco, ma si poteva fare di meglio. Fortunatamente in occasioni come questa c'è sempre un diversivo rock all'assordante musica tecno. I tre cagnacci al completo si sono impossessati della reception e hanno improvvisato un bel concerto. Il Cagnaccio n°1 ha ripreso in mano la chitarra, accompagnato dal Cagnaccio n°2 al violoncello. Quanto al Cagnaccio n°3, beh è talmente ubriaco da riuscire a suonare qualsiasi cosa: sedie, tavoli e persino esseri umani. C'è anche il mitico John Nevada, un americano di oltre 60 anni dallo spirito indomabile e dall'anima blues. Un altro dei personaggi “storici” di Kunming, uno di quelli su cui varrebbe la pena scrivere un libro, forse più di uno. La prima volta che l'ho visto mi trovavo a Kunming da meno di un mese. Ero al “The Box” con Michela, e ricordo questo tipo perennemente ubriaco che saliva e scendeva abbracciando tutti, con in testa un cappello bianco che nascondeva quel che rimaneva di una chioma un tempo bionda e folta. Il locale stava per chiudere, ma lui pretendeva un ultima bottiglia di Assenzio. Sarebbe stato disposto a pagare anche 100 yuan per una dannata bottiglia, ma Franca, la proprietaria del “The Box”, fu irremovibile e John dovette accontentarsi di una birra. Domani sera sarà sul palco insieme al suo gruppo, i “War Horse”, e se ne vedranno delle belle
Puzhehei, giorno 2
...
23:30
[img src=/data/rubriche/s7pu9egfrc5au7v6iwnu1336912561.jpg alt=Immagine align=sx> Il momento che molti stavano aspettando è arrivato. Quando John Nevada sbuca dalla coltre di fumo che si è improvvisamente abbassata sul palco, è il tripudio. L'immancabile cappello bianco abbassato sugli occhi, la chitarra pronta a sputare elettrizzanti note blues e la camicia che fa un pò “western”: John è vero animale da palcoscenico, uno che potrebbe stare lì anche senza cantare e attirerebbe lo stesso l'attenzione. Ma John canta eccome. Lo fa con un energia inconcepibile alla luce dei suoi sessant'anni suonati. Al suo fianco, un tedesco col codino alla chitarra e seconda voce e il Cagnaccio n°3, alias “Appicciafuoco”, che suona la fisarmonica, oltre ad un batterista e ad un altro chitarrista. Puro intrattenimento e stile inimitabile: questi sono i “War horse”. Un blues impreziosito dagli assoli dei talentuosi musicisti e, naturalmente, dalla potente presenza scenica di John. Che sembra animato da uno spirito immortale e guerrigliero, come un generale che ha calcato il campo di battaglia da una vita più o meno e non ha alcuna intenzione di ritirarsi perchè l'acre odore di sangue e polvere gli mancherebbe troppo. Dopo una quarantina minuti di puro delirio, John si esibisce nel suo “cavallo di battaglia”, ovvero: “Don't you know I love you baby”. Al termine della canzone, gettata la chitarra a terra, trascina sul palco sua moglie, una donna australiana incontrata a Kunming una decina di anni prima e poi sposata a Lijiang, e la bacia con passione, in uno scrosciare assordante di applausi e urla. Poi saluta con un rapido cenno e si avvia dietro le quinte senza troppe cerimonie. Io mi muovo di scatto e mi faccio largo tra la folla verso il backstage. Sento Irene chiedermi da dietro: “Dove vai?”
“Devo stringere la mano a John” urlo di rimando scomparendo tra la folla.
...
Puzhehei, giorno 3
14:15
[img src=/data/rubriche/djxrrpkunv4mkhow93121336912786.jpg alt=Immagine align=sx> Ci siamo distribuiti in due bus per il ritorno. Loro hanno l'aria condizionata, ma noi abbiamo John Nevada, i tre Cagnacci e qualche altro gaglioffo della loro stessa risma. E per loro il festival non è affatto finito. Riprendono in mano gli “attrezzi” del mestiere e ricominciano a fare quello in cui riescono meglio: fare casino e intrattenere la gente. E in un attimo si crea un atmosfera da concerto, tutti in piedi a pestare con mani e piedi per tenere il ritmo. Improvvisamente il Cagnaccio n°2 si accorge che è finita la birra. Non c'è più benzina e bisogna assolutamente fare il pieno. Intima all'autista di fermarsi e scende di fretta, accompagnato dal Cagnaccio n°1. Li vediamo tornare dopo qualche minuto reggendo una cassa di Snow Beer. Ventiquattro bottiglie di birra da 66 che nel calore infernale del bus si trasforma in brodaglia imbevibile nel giro di una decina di minuti. Ma ben presto finisce anche la birra e qualcuno comincia ad avanzare nuove pretese di sosta. Il tarantino allora prende in mano la situazione. “Ci fermeremo ancora un'altra volta, ma fate in modo che non saremo costretti a fare altre soste. Prendete tutto quello di cui avete bisogno.” La seconda sosta si rivelerà fatale. Comincia a comparire di tutto sul pulman: fiaschette di orribile liquore cinese, birre di ogni tipo e 5 bottiglioni di vino dello Yunnan grossi come bambini. I bottiglioni iniziano a circolare pericolosamente tra i vari sedili. Sono talmente grandi e pesanti che, quando sono pieni, le ragazze hanno bisogno di aiuto per bere a canna. Il livello di follia all'interno dell'autobus cresce man mano che quantità di vino diminuisce. Dopo un paio d'ore lo stretto abitacolo è una bolgia, con gente appesa al soffitto e alle pareti. John è una maschera di sudore e rughe, ma continua a urlare e saltare come un giovincello. A nulla valgono le proteste dell'autista, che dal posto di guida intima continuamente di mettersi a sedere ognuno al proprio posto. Ad un certo punto smette anche di provarci e prosegue come se nulla fosse.
...
Note:
Brani tratti dal seguente blog
http://ilmioviaggioincina.blogspot.com/2012/04/puzhehei-giorno-1.html.
http://ilmioviaggioincina.blogspot.com/2012/04/puzhehei-giorno-2.html
http://ilmioviaggioincina.blogspot.com/2012/04/puzhehei-giorno-3.html
Abbiamo tagliato le parti più interessanti perchè se le meritano solo i curiosi
Hanno scritto di noi
http://gokunming.com/en/blog/item/2647/puzhehei_to_host_music_festival
http://www.gokunming.com/en/blog/item/2659/snapshot_puzhehei_music_festival
http://www.chinamusicradar.com/?p=3212
Ringraziamo per il video e le foto la Tyfilm.tv (Piero e Giorgio) due ragazzi che filmano gli altri ma varrebbe la pena che qualcuno filmasse loro.
https://www.facebook.com/tyfilmtv?ref=ts
e questo è il loro fantastico video su Puzhehei
http://www.youtube.com/watch?v=avk7C5zVUSk
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giorno 1
8:30
“Sei arrivato?” Scendo dal taxi e mi avvio verso il Laba. “Appena adesso. Ma non vedo nessuno, è ancora troppo presto”. “Gli stronzi se la prendono comoda. Vai lì e aspetta. Se partite con una mezzoretta di ritardo non fa niente. Cerca di non fare casini con i nomi mi raccomando. Se ci sono grane, chiamami subito.”
Davanti all'ingresso del locale ci siamo solo io e una cinesina con una macchina fotografica appesa al collo e un grosso zaino sulle spalle. Le chiedo se sta aspettando il pullman per Il festival a Puzhehei e lei mi risponde di sì. Poi tiro fuori la lista. Io sono quello della lista.
9: 45
[img src=/data/rubriche/87ddsyq7teq3mgklcfya1336914685.jpg alt=Immagine align=sx> Il foglietto di carta è tutto stropicciato e anche un pò strappato. Avrei dovuto farne una copia, penso maledicendo la mia sbadataggine. Me lo rigiro tra le mani, mentre il pullman imbocca l'autostrada e si allontana rapidamente da Kunming. Scorro la lista per l'ennesima volta per appurare di aver calcolato bene, di non aver tralasciato nessuno. Soprattutto, riconto i soldi che ho in tasca, una mazzetta arrotolata di 50 e 100 yuan. I conti tornano. Mi abbandono sul sedile e chiudo gli occhi, stremato. Non sono nemmeno le 10 e ho già le pile scariche. Mi consolo pensando di aver fatto il grosso del lavoro senza troppi intoppi. Ora devo avvisare il tarantino. “Ottimo. Ci sono tutti?” mi chiede sbadigliando. Mi guardo intorno. Molti dei 40 ragazzi seduti sul pulman hanno delle facce conosciute. Basta andare a Kundu il sabato sera per incontrarli. “Ne mancano due, i loro amici hanno detto che non vengono. Com'è il tempo lì?”, “Non c'è il sole, sembra quasi che voglia piovere. Ah, se ti chiedono a che ora arrivate, digli che ci vogliono almeno 6 ore. A proposito, ci sono anche i tre cagnacci?” I “tre cagnacci” sono tre canadesi dall'aspetto bestiale che vivono a Kunming da un'eternità più o meno. Come Lucio e Eddy, anche loro hanno fondato una punk band, dall'emblematico nome: Gouride (in cinese, “figli di un cane”). Come riferisce Lucio nel suo libro, si sono scelti i seguenti, a dir poco stravaganti nomi d'arte: Stronzone, Merdaccia e Appiciafuoco. Per me e per il tarantino sono semplicemente i “tre cagnacci”. “Sì, ci sono. Ma sembrano tranquilli per adesso.” Sento il tarantino scoppiare in una fragorosa risata. “Aspetta che gli passi il sonno.”
11:25
[img src=/data/rubriche/app5abi8vq8w0zkovw7r1336911987.jpg alt=Immagine align=sx> Il Cagnaccio n°1, decisamente il più aggressivo e animalesco dei tre, ha tirato fuori una chitarra e ha attaccato con un pò di buon country, seguito a ruota da altri tre o quattro manigoldi. Ha i capelli biondicci rasati ai lati, i dreds che scendono lungo il collo e la bocca contorta in un ghigno sadico che lascia scoperti i denti gialli di nicotina. “Quindi tu e il tuo socio di cosa vi occupate di preciso?” mi chiede Adam, un americano di San Francisco in giro per l'Asia orientale. . “Non è il mio socio, gli dò soltanto una mano” ci tengo a precisare. “Essenzialmente si occupa di organizzazione e promozione di eventi, roba del genere.” Il californiano mi chiede se siamo tra gli organizzatori del festival al quale stiamo andando, e io gli rispondo di no, che abbiamo solo venduto i biglietti e organizzato i pulman. Ha viaggiato tra Tailandia, Vietnam, Cambogia e Laos per più di un mese. La scorsa settimana è finalmente approdato nel “Regno di Mezzo”, e ci resterà più tempo possibile. Quanto? Chi lo sa. Ci sono troppe cose da vedere ed ha già cambiato l'itinerario un sacco di volte. Probabilmente risalirà fino al Xinjiang, arriverà in Mongolia e infine Beijing. “Non ho visto ancora molto, ma la Cina mi sembra un posto pazzesco. Voglio dire, basta camminare per la strada di una qualsiasi città per capire che qui sta succedendo qualcosa di straordinario. È senza dubbio il posto più eccitante dove vivere in questo momento, e dovete considerarvi fortunati ad esserci.” Non potrei essere più d'accordo. Poi parliamo dell'America, quella immaginata e quella reale, dei suoi miti e della sua decadenza. E della California, dei suoi vini e delle sue spiaggie. Alla fatidica domanda: “Las Vegas o Atlantic City?”, lui non ha un nemmeno un attimo di esitazione. “Vegas forever, man!” Sì, un pò gli manca lo Zio Sam, ma per adesso di tornare a casa non se parla. “Il mio piano è non avere un piano.” Sembra che di questi tempi sia la scelta più saggia.
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[img src=/data/rubriche/lpinsjwduyo4sya24la11336912104.jpg alt=Immagine align=sx> Come molti profani del reggae, ho sempre considerato questo genere musicale ripetitivo e anche un pò ammorbante. Qualcuno direbbe che non ho mai cercato di comprenderne il senso più profondo, che non ne ho mai analizzato con attenzione l'origine e la raison d'être, che non ho il senso del ritmo, che nutro dei pregiudizi nemmeno troppo latenti nei confronti di quei fricchettoni che parlano di libertà e lotta al sistema solo per riempire il vuoto della loro vita senza scopo. Tutte cose vere per carità. Ma che ci posso fare? Del resto, quando una cosa non ti prende c'è ben poco da fare. L'ultima volta che, a mia insaputa, sono stato trascinato ad una serata reggae, è stata una vera fatica arrivare indenne all'ultima canzone. E dire che ho provato a starci dentro almeno un pò: mi sono tolto la giacca, mi sono arrotolato le maniche della camicia, mi sono allentato la cintura e abbassato i pantaloni un pò più sotto della vita. Poi ho cominciato ad ondeggiare lentamente al ritmo compassato e monotono della musica. Niente. Dopo un pò ho dovuto smettere per paura di addormentarmi in mezzo alla pista. Un curioso caso di narcolessia musicale, si direbbe. Stasera per un attimo ho temuto sarebbe successo lo stesso. Appena Laohan e i suoi compari sono saliti sul palco con i loro vestiti verdi e gli inconfondibili richiami alla “cultura” della cannabis, ho pensato: “Ci siamo, adesso mi tocca sorbirmi questi quattro rastafari, perdipiù cinesi. E questo schifo di birra di certo non mi salverà dall'inevitabile sopore.” E invece i ragazzi non se la cavano affatto male. Sarà che c'è davvero una bella atmosfera, con gli stranieri e i cinesi a ballare fianco a fianco e passarsi le can... ehm, le bottiglie di birra. Laohan porta con orgoglio i segni della sua appartenenza ad una delle tante minoranze etniche stanziate in queste zone della Cina: carnagione scurissima, fisico slanciato, occhi bene aperti sul mondo. Ogni volta che si esibisce si passa una crema bianca sulle gote, come una sorta di segno di riconoscimento. “Mei you wenti” canta dal palco alzando il pugno, “nessun problema”, e noi solleviamo i calici perchè non potremmo essere più d'accordo con lui.
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[img src=/data/rubriche/yxf3h4ixpmosdz35y0c61336912390.jpg alt=Immagine align=sx> L'after party sulla barca non è stato proprio un fiasco, ma si poteva fare di meglio. Fortunatamente in occasioni come questa c'è sempre un diversivo rock all'assordante musica tecno. I tre cagnacci al completo si sono impossessati della reception e hanno improvvisato un bel concerto. Il Cagnaccio n°1 ha ripreso in mano la chitarra, accompagnato dal Cagnaccio n°2 al violoncello. Quanto al Cagnaccio n°3, beh è talmente ubriaco da riuscire a suonare qualsiasi cosa: sedie, tavoli e persino esseri umani. C'è anche il mitico John Nevada, un americano di oltre 60 anni dallo spirito indomabile e dall'anima blues. Un altro dei personaggi “storici” di Kunming, uno di quelli su cui varrebbe la pena scrivere un libro, forse più di uno. La prima volta che l'ho visto mi trovavo a Kunming da meno di un mese. Ero al “The Box” con Michela, e ricordo questo tipo perennemente ubriaco che saliva e scendeva abbracciando tutti, con in testa un cappello bianco che nascondeva quel che rimaneva di una chioma un tempo bionda e folta. Il locale stava per chiudere, ma lui pretendeva un ultima bottiglia di Assenzio. Sarebbe stato disposto a pagare anche 100 yuan per una dannata bottiglia, ma Franca, la proprietaria del “The Box”, fu irremovibile e John dovette accontentarsi di una birra. Domani sera sarà sul palco insieme al suo gruppo, i “War Horse”, e se ne vedranno delle belle
Puzhehei, giorno 2
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[img src=/data/rubriche/s7pu9egfrc5au7v6iwnu1336912561.jpg alt=Immagine align=sx> Il momento che molti stavano aspettando è arrivato. Quando John Nevada sbuca dalla coltre di fumo che si è improvvisamente abbassata sul palco, è il tripudio. L'immancabile cappello bianco abbassato sugli occhi, la chitarra pronta a sputare elettrizzanti note blues e la camicia che fa un pò “western”: John è vero animale da palcoscenico, uno che potrebbe stare lì anche senza cantare e attirerebbe lo stesso l'attenzione. Ma John canta eccome. Lo fa con un energia inconcepibile alla luce dei suoi sessant'anni suonati. Al suo fianco, un tedesco col codino alla chitarra e seconda voce e il Cagnaccio n°3, alias “Appicciafuoco”, che suona la fisarmonica, oltre ad un batterista e ad un altro chitarrista. Puro intrattenimento e stile inimitabile: questi sono i “War horse”. Un blues impreziosito dagli assoli dei talentuosi musicisti e, naturalmente, dalla potente presenza scenica di John. Che sembra animato da uno spirito immortale e guerrigliero, come un generale che ha calcato il campo di battaglia da una vita più o meno e non ha alcuna intenzione di ritirarsi perchè l'acre odore di sangue e polvere gli mancherebbe troppo. Dopo una quarantina minuti di puro delirio, John si esibisce nel suo “cavallo di battaglia”, ovvero: “Don't you know I love you baby”. Al termine della canzone, gettata la chitarra a terra, trascina sul palco sua moglie, una donna australiana incontrata a Kunming una decina di anni prima e poi sposata a Lijiang, e la bacia con passione, in uno scrosciare assordante di applausi e urla. Poi saluta con un rapido cenno e si avvia dietro le quinte senza troppe cerimonie. Io mi muovo di scatto e mi faccio largo tra la folla verso il backstage. Sento Irene chiedermi da dietro: “Dove vai?”
“Devo stringere la mano a John” urlo di rimando scomparendo tra la folla.
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Puzhehei, giorno 3
14:15
[img src=/data/rubriche/djxrrpkunv4mkhow93121336912786.jpg alt=Immagine align=sx> Ci siamo distribuiti in due bus per il ritorno. Loro hanno l'aria condizionata, ma noi abbiamo John Nevada, i tre Cagnacci e qualche altro gaglioffo della loro stessa risma. E per loro il festival non è affatto finito. Riprendono in mano gli “attrezzi” del mestiere e ricominciano a fare quello in cui riescono meglio: fare casino e intrattenere la gente. E in un attimo si crea un atmosfera da concerto, tutti in piedi a pestare con mani e piedi per tenere il ritmo. Improvvisamente il Cagnaccio n°2 si accorge che è finita la birra. Non c'è più benzina e bisogna assolutamente fare il pieno. Intima all'autista di fermarsi e scende di fretta, accompagnato dal Cagnaccio n°1. Li vediamo tornare dopo qualche minuto reggendo una cassa di Snow Beer. Ventiquattro bottiglie di birra da 66 che nel calore infernale del bus si trasforma in brodaglia imbevibile nel giro di una decina di minuti. Ma ben presto finisce anche la birra e qualcuno comincia ad avanzare nuove pretese di sosta. Il tarantino allora prende in mano la situazione. “Ci fermeremo ancora un'altra volta, ma fate in modo che non saremo costretti a fare altre soste. Prendete tutto quello di cui avete bisogno.” La seconda sosta si rivelerà fatale. Comincia a comparire di tutto sul pulman: fiaschette di orribile liquore cinese, birre di ogni tipo e 5 bottiglioni di vino dello Yunnan grossi come bambini. I bottiglioni iniziano a circolare pericolosamente tra i vari sedili. Sono talmente grandi e pesanti che, quando sono pieni, le ragazze hanno bisogno di aiuto per bere a canna. Il livello di follia all'interno dell'autobus cresce man mano che quantità di vino diminuisce. Dopo un paio d'ore lo stretto abitacolo è una bolgia, con gente appesa al soffitto e alle pareti. John è una maschera di sudore e rughe, ma continua a urlare e saltare come un giovincello. A nulla valgono le proteste dell'autista, che dal posto di guida intima continuamente di mettersi a sedere ognuno al proprio posto. Ad un certo punto smette anche di provarci e prosegue come se nulla fosse.
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Note:
Brani tratti dal seguente blog
http://ilmioviaggioincina.blogspot.com/2012/04/puzhehei-giorno-1.html.
http://ilmioviaggioincina.blogspot.com/2012/04/puzhehei-giorno-2.html
http://ilmioviaggioincina.blogspot.com/2012/04/puzhehei-giorno-3.html
Abbiamo tagliato le parti più interessanti perchè se le meritano solo i curiosi
Hanno scritto di noi
http://gokunming.com/en/blog/item/2647/puzhehei_to_host_music_festival
http://www.gokunming.com/en/blog/item/2659/snapshot_puzhehei_music_festival
http://www.chinamusicradar.com/?p=3212
Ringraziamo per il video e le foto la Tyfilm.tv (Piero e Giorgio) due ragazzi che filmano gli altri ma varrebbe la pena che qualcuno filmasse loro.
https://www.facebook.com/tyfilmtv?ref=ts
e questo è il loro fantastico video su Puzhehei
http://www.youtube.com/watch?v=avk7C5zVUSk
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